Sguardi condivisi

Mi sentivo smarrita, o forse meglio “frullata“ da tutta la situazione. Mi mancava il nord, il sud, l’est e l’ovest, e la direzione da prendere.

Un pranzo familiare cambiò il susseguirsi degli eventi. Solo chi veramente mi guardava negli occhi, poteva cogliere quelle emozioni.

Valentina, mia cognata, mi guardò!

Quando le raccontai tutto quello che ci avevano comunicato, i dubbi ed i pensieri che avevo, lei con un gran sorriso rasserenante mi abbracciò, e mi consigliò di contattare uno psicomotricista che conosceva.
Da quel momento lo sguardo di Valentina fu rivolto a me, a Nicole, e a Noemi. Lei non ci lasciò per tanto tempo.

Bene, adesso sapevo a chi rivolgermi!!!

Francesco era sempre in viaggio per lavoro, pressato da numeri, budget, fatturato… era molto difficile condividere in quel periodo. Lui era troppo veloce per avere tempo ed io avevo bisogno di tanto tempo per raccontare qualcosa che neanche capivo. Viaggiavamo a due velocità diverse.

Due occhi tutti i giorni mi guardavano con amore, anzi ci guardavano con amore. Gli occhi di Adriana, la mia vicina di casa. Una donna tutta d’un pezzo e piena d’amore, capace di muovere una montagna per ciò che è giusto, e per l’ infinito amore che sa donare. Con lei abbiamo condiviso sguardi, lacrime e sorrisi. Lei per me era un porto sicuro, lei c’era!

Il problema più grande era conciliare tutto: continuare a lavorare, continuare a seguire la casa, ma sopratutto seguire le bimbe. Nei confronti di Nicole mi sentivo in colpa. Aveva 3 anni e mezzo, una bimba sempre attenta a tutto, e bisognosa della sua mamma… una mamma che in quel momento sentiva tanto dolore dentro. Stavo male e facevo fatica a nasconderlo. Non ci arrivavo; non ero mai nel posto giusto, e non ero mai abbastanza.

La fortuna è stata avere amiche fidate.
Patrizia, Elisa e Francesca. Amiche che mi guardavano, e ci guardavano DAVVERO.

Patrizia mi ha sempre ricordato mio padre nel suo modo di fare; come l’ho sempre definita: “una praticona“. Non c’era bisogno di chiedere, perchè lei arrivava e mi diceva: “Alba tu pensa a Noemi! Chiama chi devi chiamare, fai quello che devi fare! Nicky sta con me, ci vediamo dopo cena.” Ecco, questa è Patrizia!

Questo era il vero aiuto: Adriana che arrivava con un sorrisone e mi portava il suo fantastico ragù e stava con me, mi ascoltava e mi consigliava; Patrizia che si offriva di trascorrere del tempo con Nicky e mi ascoltava; o semplicemente Elisa e Francesca che al parco mi aiutavano a guardare Noemi che scappava, per farmi trascorrere dei momenti con Nicole.

L’amore ha tante forme, chi guarda davvero gli occhi dell’altro è capace di amare!

Grazie alle indicazioni di Valentina, riuscii ad avere in tempi rapidissimi un incontro con lo Psicomotricista; un colloquio iniziale con i genitori, e poi delle sedute di osservazioni su Noemi.

Io e Francesco ci presentammo al colloquio ed a diverse sue domande non sapevo rispondere:

“Vostra figlia imita? Vostra figlia indica? Parla? Guarda? Si relaziona con gli altri? Dorme?”

Io mi sentii piccolissima, non sapevo rispondere; pensai che forse non avevo dato la giusta attenzione a Noemi. Mio padre morì quando lei aveva tre mesi, e fu un periodo doloroso, confuso, un periodo che ricordo avvolto nella nebbia. Uscii da quella stanza convinta che era tutta colpa mia, perché non conoscevo quelle risposte. Oddio, che mamma ero!

Febbraio, e poi Marzo trascorsero tra le corse, lavoro, casa, asilo, notti sveglie (Noemi non dormiva), osservazioni dallo psicomotricista, i sensi di colpa di non essere mai abbastanza e al posto giusto, e il dolore che era lì. La mia famiglia, Adriana, Valentina, Patrizia, Elisa, Francesca, i miei colleghi del lavoro erano una squadra perfetta: mi spronavano a cercare la verità. La condivisione fu la mia salvezza.

Le provai tutte per stimolare Noemi! Buttai letteralmente giochi su tutto il pavimento di casa; lei ci inciampava, poi li guardava e li toccava. Era l’unico modo per prendere la sua attenzione. Seguivo tutte le indicazioni dello psicomotricista per farmi guardare negli occhi da Noemi. Detta così sembra semplice… ma provate a pensare se veramente guardate qualcuno negli occhi e se lo fate sempre. Non è così scontato! Così scoprii che Noemi non mi guardava spontaneamente. Era complicatissimo prendere il suo sguardo. Faccia a faccia, lei era capace di guardare ovunque tranne che nei miei occhi… però quando li incrociavo, quando ci riuscivo, io la sentivo. Non so come spiegarlo, ma i suoi sguardi, i suoi suoi occhi mi arrivavano diritti al cuore; e allora io filmavo tutto, e la sera stanca nel letto riguardavo i video tantissime volte. Coglievo quegli attimi ed erano benzina per me, forza per andare avanti. Io la mia bambina la sentivo, lei c’era.

Il giorno della restituzione dello psicomotricista arrivò. Ero carichissima, piena di speranza. Io e Francesco ci sedemmo in una stanza all’ombra; me la ricordo così, senza luce. Lo psicomotricista ci disse che le osservazioni fatte su Noemi non erano di sua competenza, e ci consigliava invece di rivolgerci alla Neuropsichiatria. Un colpo al cuore, cosa voleva dire? Ero convinta di tornare a casa con una spiegazione, ed invece… niente.

Adesso? Cosa dovevo fare? Chiamai subito Valentina che mi rassicurò, e con il suo fare risolutivo mi disse di stare tranquilla; avrebbe prenotato lei la visita in Neuropischiatria .

Quella sera pensai che era tutto complicato, e che forse stavo sbagliando tutto. Non era così: tutto aveva un senso che in quel momento non potevo capire.

Imita? “Noemi dammi un bacio?”
Indica? “Noemi dov’è George?”
Guarda?”Noemi,guardami?”
Dorme? Noemi non riusciva ad addormentarsi.
I suoi occhi nei miei.
La mia carica emotiva.

7 pensieri riguardo “Sguardi condivisi

  1. Un racconto prezioso e pieno d’amore. Sei grande Alba. Grazie per condividere tutto questo.

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  2. …ti leggo e mi emoziono….grazieeee

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  3. Adoro la tua scelta delle parole, il tuo essere dolcemente diretta e il tuo racconto fermo di come ci si sente disarmati, sperduti, in preda all’autocolpevolezza che solo una madre sa comprendere..
    Il tuo comunicare la grandezza che ci può essere in uno sguardo, in una carezza, in un tocco, nello sfiorarsi di 2 braccia(e noi neurotipici non vogliamo, a patto di non silenziare tutte le nostre voci-impalcatura)….perdendoci così interi universi emozionali, perdendoci una comunicazione ancestrale che ci è familiare solo con gli sguardi di un neonato, forse.
    La parola da molto, ma nel contempo (e non ce ne accorgiamo) toglie molto.
    Noemi e tu (che conoscendola meglio di chiunque altro capisci al volo le sue intenzioni) siete state una scoperta per me, sin dall’inizio di questa storia. La scoperta che la comunicazione, il contatto, devono essere fortemente voluti, imparando l’arte dell’ascolto.
    Penso che potresti essere una pedagogista fantastica, Alba. E i bambini che avrebbero a che fare con te sarebbero fortunati, insieme alle loro famiglie. Hai un talento enorme, hai uno spirito generoso: non importa in quanto tempo, ma un corso di studi del genete, frequentato da te, sarebbe una benedizione, per la passione e l’empatia che hai.

    Ti voglio bene. Il blog è un’idea fantastica💖

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  4. Ho letteralmente divorato tutto di un fiato questo tuo racconto.. ho visto in te.. me stessa ed in noemi la mia siria❤ ho pianto su qualche frase…. ma raccontate queste testimonianze sono un dono prezioso per gli altri. In questo modo non ci si sente nemmeno soli. Grazie ❤❤❤

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